La Cascata delle Marmore e' una cascata a
flusso controllato, tra le più alte d'Europa, potendo contare su
un dislivello complessivo di 165 m, suddiviso in tre salti. Il nome deriva dai sali di calcio presenti
sulle rocce che sembrano simili a marmo. Le acque della cascata sono sfruttate
intensamente per la produzione di energia elettrica, nella
centrale di Galleto. Questo fa sì che la cascata vera e
propria non sia continuamente funzionante, ma per la maggior
parte del tempo si riduca alle dimensioni di un torrente. Il bacino del lago di Piediluco
funge da serbatoio idrico per la centrale, costruita nel 1929,
capace di produrre energia elettrica con una potenza di circa
530 MW. Per regolare il funzionamento della centrale e per
permetterne la visione a tutti, in orari e periodi definiti, la
cascata viene fatta funzionare alla massima portata: un segnale
acustico avvisa dell'apertura delle paratoie di regolazione, e
in pochi minuti la portata aumenta fino al valore massimo.
Normalmente, la cascata funziona un paio di ore al giorno, con
orari di funzionamento prolungati in occasione di giorni
festivi. Si accede ai punti di osservazione migliori previo
pagamento di un biglietto d'ingresso. Essa si trova a circa 7,5 km di distanza
da Terni,quasi alla fine della Valnerina, la lunga
valle scavata dal fiume Nera. La cascata e' formata dal fiume Velino
che, in prossimità della frazione di Marmore, defluisce
dal lago di Piediluco e si tuffa con fragore nella
sottostante gola del Nera. Normalmente solo una parte
dell'acqua del fiume Velino (portata media 50 m³/s) viene
deviata verso la cascata (circa il 30%, equivalenti a circa 15
m³/s).
Informazioni, orari di apertura e
costo biglietti d'ingresso
InfoPoint
Cascata delle Marmore Belvedere inferiore
La Foresta Fossile di Dunarobba Dunarobba - Avigliano Umbro
(Terni)
La Foresta Fossile di Dunarobba
venne alla luce verso la fine degli anni '70, all'interno di una
cava di argilla destinata alla fabbricazione di mattoni per
l'edilizia.
I resti dei circa cinquanta tronchi di gigantesche conifere
attualmente visibili costituiscono un’eccezionale e rara
testimonianza di alcune essenze vegetali che caratterizzavano
questo settore della penisola italiana nell’arco di tempo
compreso fra i 3 e i 2 milioni di anni fa, cioè nel periodo
geologico noto come Pliocene. Ancora in gran parte sepolta dal
sedimento, questa antica foresta indica condizioni ambientali
sostanzialmente diverse da quelle attuali, caratterizzate anche
da un clima sensibilmente più caldo.
La conservazione dei tronchi in posizione di vita e il
mantenimento pressoché totale delle caratteristiche del legno
originario, sono ragionevolmente ascrivibili ad un seppellimento
continuo e graduale avvenuto all’interno di un’area paludosa
situata sulle rive di un ampio lago. Inoltre l’area era
sottoposta ad un graduale sprofondamento, cioè ad fenomeno
geologico noto come subsidenza.
Le particolari caratteristiche di questo sito paleontologico lo
rendono un monumento naturalistico unico al mondo e di grande
rilevanza scientifica.
La Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Umbria, negli
anni successivi alla scoperta ha iniziato un lungo lavoro di
documentazione finalizzato allo studio, alla salvaguardia e
conservazione del sito paleontologico. Attualmente i maggiori
sforzi sono finalizzati a contrastare il disfacimento del legno
da parte degli agenti atmosferici, causa principale di degrado.
Centro di Paleontologia Vegetale
Il Centro di Paleontologia Vegetale e' stato realizzato alla
fine degli anni '90 per supportare l’attività di studio sulla
Foresta Fossile e l’attività didattica con le scuole.
Presso il Centro e' attivo il servizio informazioni,
accoglienza, orientamento dei visitatori e il servizio visita
guidata che è incluso nel costo del biglietto.
Al piano superiore e' possibile visitare una mostra in cui viene
proposta una ricostruzione in disegno dell'antica Foresta e
delle faune che popolavano questo ambiente circa 2 milioni di
anni fa, accompagnata da una serie di reperti paleontologici di
antichi mammiferi e malacofaune rinvenute in alcuni giacimenti
noti nelle aree circostanti la Foresta stessa.
Informazioni, orari di apertura e
costo biglietti d'ingresso
Centro di Paleontologia Vegetale della Foresta Fossile di Dunarobba
Voc. Pennicchia, 46
05020 Dunarobba - Avigliano Umbro (Terni)
Tra i feudi e le proprietà che la nobile
famiglia Cesi acquisisce nei centri in cui risiede, nel Lazio e
in Umbria, spicca la residenza di Acquasparta
sicuramente la più illustre e importante.
Nel 1540 Gian Giacomo Cesi e la moglie Isabella di Alviano
ottengono da Pier Luigi Farnese il feudo di Acquasparta in
cambio di quello di Alviano.
Nel volger di un decennio i Cesi possono già disporre di una
degna dimora, pur tuttavia progettando di ampliare la "domus" in
un grande e prestigioso palazzo.
L'incarico di portare a compimento un simile progetto viene
affidato, nel 1561, all'architetto fiorentino Guidetto Guidetti,
al quale succede, dopo la morte di questi tre anni dopo, il
milanese Giovan Domenico Bianchi che da questo momento entra a
completo servizio della famiglia.
La costruzione del palazzo, iniziata sotto il cardinal Federico,
termina verosimilmente intorno all'anno 1579, quando Federico
Cesi nipote di Gian Giacomo e padre del futuro fondatore
dell'Accademia dei Lincei sposa Olimpia Orsini.
L'anno successivo, Isabella d'Alviano, sopravvissuta al marito e
al figlio, fa restaurare le mura cittadine e alcune strade,
oltre a incaricare Bianchi di sistemare la piazza antistante il
palazzo.
Tra le sue mura, nei primi mesi del 1604, Federico si ritira
sconfortato e deluso dall'atteggiamento del padre, intollerante
e assai poco comprensivo nei confronti delle attività
dell'Accademia dei Lincei fondata alcuni mesi prima, il 17
agosto 1603, dal giovane Federico insieme ad altri tre fraterni
amici.
Una volta superata la fase critica, i quattro fondatori
dell'Accademia Federico Cesi, Johannes van Heeck, Anastasio de
Filiis e Francesco Stelluti, riprendono a riunirsi nelle
sale del palazzo e, dopo il 1618, Federico vi stabilisce la
propria dimora.
La quiete della campagna umbra rende la dimora dei Cesi un posto
ideale per il lavoro accademico e le ricerche scientifiche del
sodalizio Linceo, come lo stesso principe evidenzia in una
lettera a Galileo Galilei del dicembre 1614:
Dopo alcune disgressioni di piccoli viaggi me ne son venuto
a trattenermi un poco in Acquasparta, si per sodisfatione di
questi miei sudditi, come anco per fuggir alquanto le
distrattioni Romane e goder di filosofico e salubre diporto…
(G. Gabrieli, Carteggio linceo, Roma 1996, pp 474-475)
Nel 1624 anche Galilei e' ospite nel palazzo di Acquasparta.
Il Palazzo
Nel palazzo si accede dall'androne che conduce agli ambienti del
pian terreno. Dal portico per mezzo di una scalinata si accede
al piano nobile.
In questo piano, adibito prevalentemente a funzioni di
rappresentanza, preziosi affreschi celebrano le illustri origini
e le grandi virtù militari della famiglia Cesi. Lo studio delle
opere ha permesso di individuare in Giovan Battista Lombardelli
l'autore delle decorazioni.
Splendidi soffitti lignei a cassettone ornano le sale, e tra
questi quello del salone del piano nobile è senza dubbio il più
grandioso.
Nei cassettoni sono intagliate figure d'Ercole, trofei d'arme e
mascheroni, e, in quello centrale, un grande stemma dei Cesi.
Tra le decorazioni pittoriche che illustrano le gesta militari e
le origini della famiglia Cesi, risalta l'emblema
dell'Accademia, la lince contornata da una corona d'alloro, e
l'epigrafe che sovrasta l'architrave di una delle porte della
sala della Genealogia, fatta scrivere dallo stesso Cesi, che
riporta in forma sintetica gli ideali dell'istituzione lincea:
Il culto di Dio ottimo massimo delle sue opere. / L'assidua
contemplazione della universale macchina del mondo. / La mente
sempre nutrita dagli scritti e dai detti dei sapienti, /
pienamente appagata da ciò che possiede / e non mai spinta da
bramosia verso le cose altrui, / mossa invece dalla volontà di
aiutare e soccorrere. / Costumi che siano degni di te stesso e
che giovino agli altri. / Il legame di un'amicizia autentica / e
di una consuetudine fondata sulla probità. / Equilibrata
moderazione nei rapporti con i sudditi, / con i familiari, con
le ricchezze. / Amore per il lavoro, odio per l'ozio. / Che le
tue opere siano capaci di durare nel tempo, / che siano
meritevoli in ossequio alla sincera fedeltà verso i maggiori / e
di perenne utilità per tutti. / Queste cose sono degne di un
uomo, di un nobile, di un principe: / esse generano buona fama,
ricchezza vera, felicità, la gloria stessa. / Federico Cesi, il
principe dei Lincei, volle in tal modo / ammoniere se stesso ed
i suoi, per sempre.
(trad. Ada Alessandrini)
Le decorazioni degli ambienti a pian terreno, dedicati alla vita
privata dei Cesi, attingono al ricchissimo patrimonio
mitologico, in particolare alle Metamorfosi di Ovidio.
La ricchezza, la qualità di esecuzione e la varietà delle
decorazioni con l'intreccio di mitologia e allegoria, di storia
romana e di emblemi dei soffitti di Palazzo Cesi sono da
considerarsi uno dei maggiori esempi della pittura di gusto
romano in Umbria.
Palazzo Cesi Piazza Federico Cesi - Corso dei Lincei
05021 Acquasparta (Terni)
Ponte Fonnaia Massa Martana (Perugia)
Il ponte Fonnaia e' una poderosa
costruzione viaria, ad una sola arcata a tutto sesto obliqua
rispetto alla direttrice del ponte, costruita in grossi blocchi
di travertino perfettamente squadrati e dotati di bugnatura.
L’arco sormonta una cornice, che sporge leggermente e si
prolunga sia dentro il cunicolo, sia sulle spallette laterali.
Il ponte ha una larghezza di 20 metri ed è alto circa 10 metri.
Ben conservati sono anche i fianchi del ponte, con grossi
blocchi di travertino che rivestono una struttura interna a
sacco. In molti blocchi si riscontra la sigla P
II o soltanto II, pertinente alla cava di provenienza del
materiale. Il ponte venne costruito dai romani nel 220 a.C. ed
ora si presenta nella veste assunta dopo i restauri d'epoca
augustea (27 d.C.). Permetteva alla via Flaminia, il cui
tracciato e' ancora ben conservato attraverso i campi, di
valicare il piccolo affluente del Naia. A pochi passi dal ponte,
verso nord, restano i fianchi di un chiavicotto con quattro
filari di pietre ed un tratto del lastricato.